
lunedì 10 dicembre 2007
Vita e biglie di cristallo

Tu non sei come gli altri, Dann, tu fai delle cose, tante cose, e ne immagini ancora delle altre ed è come se non ti bastasse una vita sola per farcele stare tutte.
Castelli di rabbia, A.Baricco
lunedì 26 novembre 2007
Aspettando Godot

per aiutarli a passare il tempo?
Gli ho dato degli ossi,
gli ho parlato di questo e quest'altro,
gli ho spiegato il crepuscolo,
tutto questo va benissimo.
Per non dire altro.
Ma può bastare,
è questo che mi angustia,
può bastare?..."
Ho sempre adorato quest'opera teatrale, così assurda, così inverosimile, ed allo stesso tempo così vera e reale.
Mi riporta ai miei giorni vissuti nell'attesa di qualcosa di cui neanche io ho ben chiara la natura,e scivolando tra un Forse e un Non lo so, mi perdo nella lunga attesa di ciò che spero Verrà.
Intanto attendo.
Chi mi conosce pensa che ho tutto, che non c'è niente che mi manca, come donna posso dirmi realizzata come mamma e come moglie, però c'è qualcosa, nei meandri del mio essere e del mio sentire, c'è qualcosa che manca...
Sarà la difficoltà vissuta ogni giorno di poter conciliare ogni cosa, di riporre al giusto posto i pezzi sparsi del puzzle della mia vita, i progetti, i sogni, i desideri inespressi...
Quello che attendo è forse la realizzazione di un sogno?
"...Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot, dormo tutte le notti aspettando Godot.
Ho passato la vita ad aspettare Godot.
Nacqui un giorno di marzo o d'aprile non so, mia madre che mi allatta è un ricordo che ho,
ma credo che già in quel giorno però invece di poppare io aspettassi Godot.
Nei prati verdi della mia infanzia, nei luoghi azzurri di cieli e acquiloni, nei giorni sereni che non rivedrò io stavo già aspettando Godot.
L'adolescenza mi strappò di là, e mi portò ad un tavolo grigio, dove fra tanti libri però, invece di leggere aspettavo Godot.
Giorni e giorni a quei tavolini, gli amici e le donne vedevo vicini, io mi mangiavo le mani però, non mi muovevo e aspettavo Godot.
Ma se i sensi comandano l'uomo obbedisce, così sposai la prima che incontrai, ma anche la notte di nozze però, non feci nulla aspettando Godot.
Poi lei mi costrinse ed un figlio arrivò, piccolo e tondo urlava ogni sera, ma invece di farlo giocare un po', io uscivo fuori ad aspettare Godot.
E dopo questo un altro arrivò, e dopo il secondo un altro però, per esser del tutto sincero dirò, che avrei preferito arrivasse Godot.
Sono invecchiato aspettando Godot, ho sepolto mio padre aspettando Godot, ho cresciuto i miei figli aspettando Godot.
Sono andato in pensione dieci anni fa, ed ho perso la moglie acquistando in età, i miei figli son grandi e lontani però, io sto ancora aspettando Godot.
Questa sera sono un vecchio di settantanni, solo e malato in mezzo a una strada, dopo tanta vita più pazienza non ho, non posso più aspettare Godot.
Ma questa strada mi porta fortuna, c'è un pozzo laggiù che specchia la luna, è buio profondo e mi ci butterò, senza aspettare che arrivi Godot.
In pochi passi ci sono davanti, ho il viso sudato e le mani tremanti, e la prima volta che sto per agire, senza aspettare che arrivi Godot.
Ma l'abitudine di tutta una vita, ha fatto si che ancora una volta, per un momento io mi sia girato, a veder se per caso Godot era arrivato.
La morte mi ha preso le mani e la vita, l'oblio mi ha coperto di luce infinita, e ho capito che non si può, coprirsi le spalle aspettando Godot.
Non ho mai agito aspettando Godot, per tutti i miei giorni aspettando Godot, e ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte, ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte..."
Claudio Lolli, "Aspettando Godot"
mercoledì 21 novembre 2007
La lettera d'amore...

giovedì 8 novembre 2007
Niente di nuovo
mercoledì 7 novembre 2007
Occhi sulla vita

Se dall'esterno percorro con lo sguardo la mia vita, essa non appare particolarmente felice.
Meno che mai mi è possibile, tuttavia, giudicarla infelice, malgrado ogni errore.
Ma infine, è davvero stolto preoccuparsi di felicità e infelicità, giacché a me sembra che farei maggiore difficoltà a privarmi dei giorni più infelici anziché di tutti quelli sereni.
Se in una vita umana importa accettare consapevolmente l'ineluttabile, gustare appieno il bene e il male e conquistare oltre al destino esteriore anche uno interiore più autentico e non casuale, la mia vita non è stata né povera né cattiva.
martedì 6 novembre 2007
Idiozia Emotiva
Va bene, ditemi pure che mi manca il coraggio, ditemi pure che non so combattere, accetto qualsiasi cosa abbiate da oppormi, saprò digerire i colpi. Tutto mi sfiora, tutto passa, tutto ruota intorno a me senza che io vi partecipi ... (a parte ciò che riguarda la mia famiglia).Come una canna al vento, mi sto lasciando sopraffare, procedo con lo studio molto a rilento, anzi, sono quasi ferma...Sono proprio un'idiota emotiva...
Ehi, mi chiamo Zoe e questo e' il mio libro. E' un documento di Idiozia Emotiva in due parti. C'e' il 'prima', che spiega come sono arrivata sin qui, e c'e' il 'dopo', che documenta che cosa ci sto a fare. Piccolo dettaglio: naturalmente non sono affatto sicura di cosa ci sto a fare.
Maggie Estep, Diario di un'idiota emotiva
domenica 4 novembre 2007
Come un romanzo...
venerdì 2 novembre 2007
Il codice dell'anima

Ci sono piu' cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa.
Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada.
Alcuni di noi questo 'qualcosa' lo ricordano come un momento preciso dell'infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti con la forza di un'annunciazione:
Ecco quello che devo fare, ecco quello che devo avere.
Ecco chi sono.
mercoledì 31 ottobre 2007
...Che non mi si dia consiglio

...Che non mi si dia consiglio ,
e che nessun confortatore si pensi
di lenire il mio dolore,
a meno che si tratti di qualcuno con le mie
stesse sventure.
Perchè ,fratello,gli uomini sanno ben consigliare e dir parole di
conforto per quelle sofferenze che essi medesimi non provano,
e se le provano tutte le loro massime si trasformano in impetuosa passione.
No,no ,è naturale che tutti parlino di sopportazione a coloro che si torcono
sotto il peso della sventura;
e nondimeno la virtu' di nessun uomo
è tanta da potere e sapere predicare la morale quando egli stesso
sopporta una pena eguale.
e quindi non mi date alcun consiglio.
La voce del mio
dolore è piu' forte di quella dei vostri precetti.
Cantilena all'angolo della strada

La pretesa freschezza della natura all'alba è un'illusione.
Tutto è così come l'avevamo lasciato al sopraggiungere della notte.
Giacciono, sparsi sul lastrico della città, i rottami del giorno precedente.
Senza contare che, in tutto il mondo, continuamente fa giorno.
Se il telefono ce lo comunicasse, udiremmo a ogni istante, del giorno e della notte:
spunta il sole, spunta il sole, spunta il sole.
Vero è che riceveremmo continuamente altrettanti annunzi:
il sole tramonta, il sole tramonta, il sole tramonta.
Perciò, quando sembra che,
al primo raggio che indora i fili di ragno fra i cespugli bagnati di rugiada,
tutto il creato canti: "È giorno, è giorno", non è tutto il Creato che canta,
e in quel momento c'è anche a qualche distanza da noi un luogo dove,
sentendosi il primo brivido della sera,
pare che il Creato mormori sul pianto delle cose:
"Pentimento, pentimento, il giorno è finito!
"Ma anche qui non è tutto il Creato, è un piccolo punto del Creato.
Achille Campanile, Cantilena all'angolo della strada!
mercoledì 24 ottobre 2007
L'abbandono

La mia letteratura è emotiva, le mie storie sono emotive; l'unico spazio che ha il testo per durare è quello emozionale; se dopo due pagine il lettore non avverte il crescendo e si chiede: "Che cazzo sto a leggere?", quello che capisce niente mica è lui, cari miei, è lo scrittore.
Dopo due righe, il lettore deve essere schiavizzato, incapace di liberarsi dalle pagine; deve trovarsi coinvolto fino al parossismo, deve sudare e prendere cazzotti, e ridere, e guaire, e provare estremo godimento.Questa è letteratura.
Pier Vittorio Tondelli, L'abbandono
giovedì 27 settembre 2007
Eteronimia ed essere

«L'eteronimia non è altro
che la vistosa traduzione in letteratura
di tutti quegli uomini
che un uomo intelligente e lucido
sospetta di essere»
Nella libertà di scegliere il nome con il quale vogliamo mostrarci agli altri è intrinseco il valore che noi stessi vogliamo dare al nostro essere, che seppure momentaneo e spazialmente limitato, diventa in quel momento l'indicatore principale di ciò che vogliamo trasmettere di noi, è lo strumento del quale ci serviamo per svelare la nostra più profonda identità...
Ci sono giorni in cui io sono realmente colei che tesse, disfa e ritesse la tela, giorni in cui mi confondo con Don Chisciotte, altri in cui mi sento un pò Mafalda...
E' bello scoprire in noi stessi tanti modi di essere e di vivere...ed ancor più bello è poter far vedere agli altri la nostra poliedricità, la nostra molteplice personalità, la nostra capacità di essere ogni giorno diversi, conservando al tempo stesso una perfetta sintonia con noi stessi...
Ebbi sempre, da bambino, la necessità di aumentare il mondo con personalità fittizie, sogni miei rigorosamente costruiti, visionati con chiarezza fotografica, capiti fin dentro le loro anime. Non avevo più di cinque anni, e , bimbo isolato e non desideroso se non di stare così, già mi accompagnavano alcune figure del mio sogno, un capitano Thibeaut, Chevalier de Pas e altri che ho dimenticato […]. Ciò sembra la semplice immaginazione infantile che si diverte con l'attribuire vita a fantocci e a bambole. Era però qualcosa di più: io non avevo bisogno di bambole per concepire intensamente quelle figure. Chiare e visibili nel mio sogno costante, realtà esattamente umane per me, qualunque fantoccio, poiché irreale, le aveva sciupate. Erano gente.
…Questa tendenza non passo con l'infanzia, si sviluppò nell'adolescenza, si radicò con la crescita, divenne alla fine la forma naturale del mio spirito. Oggi ormai non ho personalità: quanto in me ci può essere di umano, l'ho diviso tra gli autori vari della cui opera sono stato l'esecutore.sono oggi il punto di riunione di una piccola umanità solo mia.
…E così mi sono fatto, e ho propagato, vari amici e conoscenti che non sono mai esistiti, ma che ancora oggi, a quasi trent'anni di distanza, io ascolto, sento, vedo. Ripeto: ascolto, sento, vedo…E ne ho nostalgia
Come che sia, l'origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l'interno e io li vivo da solo con me stesso.
F.Pessoa
giovedì 26 luglio 2007
Beniamino Joppolo: un interprete del disagio esistenziale

In questi giorni di partenze, di arrivi, di alienazioni mi è ritornata in mente l'opera del drammaturgo Beniamino Joppolo, in particolare "L'ultima stazione".
L'opera affronta in senso metaforico, il tema della partenza vissuto come evasione, come desiderio di aspirare ad altra vita.
Lo scrittore descrive con particolare lirismo e volontà comunicativa il disagio di esistenze sopraffatte dal "male di vivere", da costrizioni sociali e morali che sovrastano la vita rendendola "pesante" da sostenere.
Nell'opera gioca un ruolo fondamentale la posizione scenica, si tratta di un atto unico ambientato nella "sala d'aspetto di una qualunque stazioncina del mondo" dove si incroceranno le vite di uomini e donne di passaggio, in fuga verso una meta a loro stessi ignota, spinti esclusivamente dal bisogno di "partire".
"...molti sono coloro che partono solo per evadere anche se questo bisogno di evadere si presenta all'interessato sotto forma di affare, di carriera o di altro..."
Tra i passeggeri, che l'autore connota in base allo stato d'animo con il quale si apprestano a partire ( l'uomo preoccupato, l'uomo pallido, l'uomo che ha lavorato...) maggiore rilevanza e spazio comunicativo verrà data al "vecchio", principale affidatario del messaggio dell'opera.
A lui, con la sua strana richiesta di "viaggiare come merce", spetta l'applicazione di una sorta di "legge di contrappasso": l'uomo-oggetto non ha avuto per sè l'attenzione che la società capitalistica dedica alla merce, per cui la disumanizzazione in lui è stata ben completa e lacerante. Definitiva sarà in lui la denuncia di un'esistenza mortificata dalla violenza delle leggi capitalistiche del lavoro. Dirà infatti:
" ...Mai, dico mai, mi capitò di essere fermato da qualcuno che volesse ...osservare me...
Non mi hanno mai nè guardato nè palpato come un vitello o un maiale o un capretto, non mi hanno guardato in fondo agli occhi...
...Anche le lastre di lava su cui si cammina di tanto in tanto si osservano. Ed io invece non fui mai osservato...
...Io voglio dire che io fui sempre come un sacco, una cesta, una tavola, una pietra, una lastra di lava, voglio essere generoso fino in fondo verso la disattenzione umana io..."

